Le avete forse sentite nominare mille volte, ma cosa sono le modulazioni all’interno di una canzone?
Beh, detta in modo molto semplice, una modulazione è un cambio di tonalità che avviene all’interno di un brano.
Fine dell’articolo.
Scherzo.
Perché in realtà dietro questa definizione apparentemente semplicissima si nasconde una delle risorse più interessanti che un compositore, un arrangiatore o un improvvisatore possa utilizzare.
Le modulazioni possono aumentare la tensione, dare nuova energia a un ritornello, sorprendere l’ascoltatore o accompagnarlo verso una nuova sezione del brano in modo del tutto naturale.
C’è però un piccolo problema.
Molti musicisti finiscono per chiamare “modulazione” qualsiasi accordo che sembri estraneo alla tonalità del brano. Eppure le cose non stanno esattamente così.
In questo articolo vedremo quindi cos’è una modulazione, come riconoscerla e, soprattutto, come evitare di confonderla con altri fenomeni armonici che possono sembrare simili ma che, in realtà, raccontano una storia completamente diversa.
Pronti? Partiamo!
Cos’è la tonalità?
Ok, la prendo larga, ma per capire quando un brano cambia tonalità, bisogna avere ben chiaro cosa sia una tonalità.
Perché libri e manuali ci insegnano le alterazioni in chiave, il circolo delle quinte, le scale maggiori e minori, gli accordi che derivano da ciascun grado…
Tutte cose corrette, ma prima ancora di essere un insieme di note e accordi, una tonalità è un luogo.
O, per usare una metafora più musicale, è una “casa”.
Quando ascoltiamo un brano in Do maggiore, percepiamo il Do (la tonica) come il punto verso cui tutto tende a tornare. È il luogo in cui le tensioni si risolvono e in cui l’orecchio trova riposo.
Questo concetto prende il nome di centro tonale.
Ed è proprio qui che si nasconde il segreto per capire cosa sia davvero una modulazione, perché una modulazione non avviene quando compare un accordo “strano”. Una modulazione avviene quando cambia il centro tonale, e quindi il punto che le nostre orecchie percepiscono come “casa”.
Insomma, quando il brano smette di farci percepire il vecchio centro tonale come punto di riferimento e ci porta, in modo più o meno evidente, verso un nuovo centro tonale.
Prima di vedere come questo accade, facciamo però un piccolo esempio pratico.
Un piccolo esempio sul 2-5-1
Facciamo una prova molto semplice.
Prendiamo una delle progressioni armoniche più famose e utilizzate della storia della musica: il 2-5-1. Per comodità lo faremo in Do maggiore, quindi i nostri accordi saranno:
Dm7 – G7 – Cmaj7
Ascoltiamo una backing track a caso su questa progressione:
Se ascoltate con un orecchio attento e cercate di capire la sensazione che ognuno di questi accordi provoca, sentirete che:
Il primo accordo sembra mettere qualcosa in moto.
Il secondo crea tensione e ci dà la sensazione che debba ancora succedere qualcosa.
Il terzo, invece, sembra riportare tutto al proprio posto.
Se dovessimo descrivere questi tre accordi con una sola parola ciascuno, potremmo dire:
- Dm7: preparazione
- G7: tensione
- Cmaj7: risoluzione
Ed è proprio quest’ultimo accordo che ci interessa. Perché quando arriviamo sul Cmaj7, la maggior parte degli ascoltatori percepisce una sensazione di stabilità. È come se il viaggio fosse terminato e fossimo finalmente arrivati a destinazione.
Ecco perché diciamo che siamo in Do maggiore. Non perché lo dice un libro. Non perché non ci sono alterazioni in chiave. Non perché qualcuno ha deciso che deve essere così.
Ma perché il nostro orecchio percepisce il Do come il centro tonale del brano. Come la nostra casa.
E questo concetto è fondamentale, perché se vogliamo capire quando una canzone cambia tonalità, dobbiamo prima essere in grado di riconoscere quando una tonalità è presente.
Ok, ma perché dico questo?
Perché un errore comune è proprio quello di identificare come modulazione un qualsiasi accordo estraneo che incontriamo in una progressione armonica.
Proviamo a estendere il nostro giro armonico, e aggiungiamo al 2-5-1 in Do maggiore un bel A7 che chiude il giro e risolve su Dm7.
Sono giri talmente comuni che trovate tutte le backing tracks che volete, eccone una che fa al caso nostro:
A7 è un accordo estraneo alla tonalità di impianto, quel VI grado dovrebbe essere minore, giusto? Anche perché sappiamo che di accordi di dominante all’interno di una tonalità maggiore ne abbiamo solo uno, sul V grado.
Quindi abbiamo cambiato cambiato tonalità? Abbiamo “modulato” in Re maggiore o minore?
Certo che no, quella è una dominante secondaria, e i più navigati di voi l’hanno riconosciuta al volo.
Ma, indipendentemente dal conoscere questa nozione dell’armonia musicale moderna, a orecchio voi sentite un senso di casa una volta che caschiamo su Dm?
Sentite che il brano ha spostato il suo centro tonale, che ha cambiato tonalità?
Ovviamente no, ed è esattamente quello che sente il pubblico. Ricordiamoci che quando studiamo la teoria musicale, non facciamo altro che capire le dinamiche non della musica, ma di come viene percepita da chi la ascolta, qualunque sia il suo livello di conoscenza della stessa.
Ma allora…
E invece la modulazione?
Arriviamo al dunque: come ho detto all’inizio, una modulazione è un cambio di tonalità all’interno di un brano. E con cambio di tonalità intendo che il centro tonale si sposta, la tonica cambia, e con essa la scala di riferimento e tutti gli accordi che ne derivano.
Semplice da definire. Meno semplice da riconoscere sul momento.
Esistono diversi tipi di modulazione: dirette, indirette, verso toni vicini o lontani. Ma quello che le accomuna tutte è questo: dopo una modulazione, l’orecchio non percepisce più la vecchia tonica come “casa”. Sente che qualcosa è cambiato. Che si è arrivati da qualche altra parte.
Adesso non mi dilungo sui tipi di modulazione che ho elencato, ma gli dedicherò alcuni contenuti in cui li descriverò dettagliatamente, quindi iscrivetevi alla newsletter per non perderli!
Perché si fanno queste modulazioni?
Prima di vedere qualche esempio pratico, cerchiamo di capire perché le modulazioni vengono usate nelle composizioni.
Una cosa fondamentale da tenere a mente è questa: uno degli obiettivi principali di un compositore è rapire l’ascoltatore. Tenerlo agganciato. Fare in modo che non voglia smettere di ascoltare.
E buona parte delle nozioni di teoria e armonia musicale che troviamo sui libri servono esattamente a questo scopo.
Attenzione, non voglio banalizzare il processo creativo. Quando si scrive una canzone, l’obiettivo è comunicare qualcosa, esprimere un’idea artistica. Ma questo non è in contraddizione con il voler suscitare emozioni in chi ascolta. Anzi, sono due facce della stessa medaglia.
E le modulazioni, in questo senso, sono uno strumento potentissimo.
Perché spostare il centro tonale significa spostare qualcosa anche nell’ascoltatore: aumentare la tensione, dare nuova energia a un ritornello, accompagnare un cambio emotivo del testo, o semplicemente sorprendere, che in musica è quasi sempre una buona idea.
Una tonalità, per quanto bella, crea abitudine. L’orecchio si abitua al centro tonale, impara dove sta la “casa”, e dopo un po’ smette di sorprendersi. La modulazione rompe questa abitudine. Sposta il pavimento sotto i piedi dell’ascoltatore, e lo fa in modo che possa essere quasi impercettibile oppure clamoroso, a seconda di come viene costruita.
La modulazione sull’ultimo ritornello
A tal proposito, stavo cercando degli esempi per completare l’articolo, e ovviamente mi viene in mente una delle modulazioni più comuni nella musica moderna: la modulazione sull’ultimo ritornello.
È una delle tecniche più usate nella musica pop, e ha un legame strettissimo con gli anni ’80 e ’90. In quel periodo le canzoni erano mediamente più lunghe e i ritornelli costruiti per essere potenti, memorabili, da cantare a squarciagola.
Il problema è che anche il ritornello più bello del mondo, dopo qualche ripetizione, smette di sorprendere. L’orecchio si abitua, la tensione cala, e quella sensazione di urgenza che aveva la prima volta si affievolisce.
La soluzione? Semplice quanto efficace: all’ultimo ritornello si modula. Di solito un semitono o un tono più su, a volte anche di più. Il risultato è immediato: la musica sembra improvvisamente più luminosa, più intensa, come se qualcuno avesse alzato il volume senza toccare il volume.
Non è un caso che oggi, con canzoni mediamente molto più brevi, questo tipo di modulazione sia diventato molto meno comune. Quando il ritornello arriva due volte e il brano dura tre minuti, non hai lo stesso problema da risolvere.
Un esempio pratico: Easy – The Commodores
Un esempio perfetto di questo tipo di modulazione lo troviamo in Easy dei Commodores. Nell’ultimo ritornello, la progressione viene ripetuta un semitono più in alto: si passa da Ab maggiore ad A maggiore, mantenendo sostanzialmente la stessa struttura armonica.
Il risultato è immediatamente percepibile: la canzone sembra acquistare nuova energia, pur senza cambiare davvero il suo carattere. Ed è proprio questo il bello della modulazione: può cambiare la percezione di ciò che stiamo ascoltando senza dover stravolgere quello che stiamo ascoltando.
Ma quindi, come riconoscere una modulazione?
Oh, arriviamo al punto. Ho fatto tutto questo preambolo per comunicare quella che per me è ua cosa importante: dovete imparare a riconoscere la modulazione con le vostre orecchie, non solo analizzando le chart di accordi o le alterazioni in chiave.
Ricordiamoci che siamo musicisti, non impiegati dell’ufficio accordi e spartiti.



