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Premessa: faccio il musicista come unica professione da ormai oltre 10 anni, e se c’è un errore che ho commesso nel corso della mia carriera, è quello di non aver fatto abbastanza networking.

Per chi non lo sapesse, con networking si intende la costruzione e gestione di una rete di relazioni professionali.

In sostanza: conoscere persone, creare rapporti, farsi conoscere, mantenere i contatti e, naturalmente, essere presenti quando si presenta un’opportunità.

Perché non l’ho fatto?

Insicurezza, carattere, poca disponibilità a fare sorrisi tutt’altro che spontanei… I motivi per cui non l’ho fatto sono tantissimi.

Nella maggior parte dei casi racchiudo tutto con un “non ne avevo voglia”.

Ma perché è stato un errore?

Perché il networking è una parte molto importante del lavoro del musicista e, nella mia esperienza, una delle principali fonti di ingaggi e opportunità professionali.

E credetemi, non è che non sia una persona espansiva, anzi, forse fin troppo.

Semplicemente ho sempre preferito attrarre il lavoro piuttosto che cercarlo, che è una delle cose più faticose che esistano.

Io aspettavo che il lavoro arrivasse

Cosa intendo? Se i miei colleghi si proponevano per un lavoro e in una buona percentuale di casi ottenevano un “sì” come risposta, io stavo ore e ore a produrre lavori, contenuti, lezioni, articoli, video.

A dimostrare quanto valessi come musicista o come insegnante, nella speranza che le proposte e gli ingaggi arrivassero da soli.

E non posso dire che non abbia funzionato.

Ad oggi sono un professionista con partita IVA che gestisce le sue finanze, lavora bello tranquillo e ha una situazione economica stabile e florida.

(Fatemi fare uno scongiuro.)

Ma spesso mi ritrovo a pensare: quanto di più avrei fatto se, al posto di questo atteggiamento “passivo”, fossi stato più proattivo?

Molto, molto, ma molto di più, temo.

Perché puoi essere il musicista più bravo del mondo, ma se nessuno sa che esisti, difficilmente qualcuno ti ingaggerà.

La competenza, da sola, non garantisce la visibilità. E la visibilità, da sola, non garantisce il lavoro.

Però c’è un problema

Qui devo fare una precisazione: non ho mai avuto una pessima opinione dei miei colleghi che, diversamente da me, hanno investito molto nelle relazioni professionali.

Anzi: in un certo senso li invidio e mi pento di non aver fatto lo stesso.

Il problema non è il networking. Il problema è quando la propria carriera finisce per dipendere quasi esclusivamente dalla rete di relazioni che abbiamo costruito.

Perché quella rete, per quanto solida possa sembrare, non è immutabile.

Anche le relazioni cambiano

Ho assistito più volte al crollo o al repentino cambiamento di reti professionali che sembravano solidissime.

E ho visto colleghi che per anni avevano il calendario pieno ritrovarsi con sempre meno lavoro, a volte per periodi piuttosto lunghi e difficili.

Perché succede? Perché le relazioni umane sono così, ragazzi.

Finiscono le amicizie, finiscono i rapporti, cambiano le collaborazioni, cambiano le esigenze.

Finiscono persino i matrimoni che sulla carta dovrebbero essere dei vincoli vita natural durante.

Credete che non possa cambiare anche un rapporto di conoscenza e simpatia di carattere professionale?

Quando voi fate networking, lo stanno facendo anche gli altri.

E questo significa che, nel momento in cui cambiano le persone, cambiano i progetti, cambiano le esigenze o semplicemente entra in gioco qualcun altro più adatto a una determinata situazione, la vostra posizione all’interno di quella rete può cambiare.

Non c’è niente di disonorevole in questo, fa parte del funzionamento del lavoro.

Ed è esattamente per questo che una rete di contatti non dovrebbe essere l’unico pilastro della vostra carriera.

E poi c’è l’amicizia

C’è un’altra questione che secondo me merita attenzione: mischiare lavoro e amicizia.

Anche qui metto subito le mani avanti: non è sbagliato.

Anzi, penso non ci sia cosa più bella del condividere il lavoro con persone verso cui proviamo un vero rapporto di affetto, e non soltanto una conoscenza professionale.

Il problema nasce quando non riusciamo più a separare le due cose.

Passione e razionalità non vanno sempre d’accordo.

Anzi, se me lo chiedete, quasi mai.

E questo può portarci a fare pessime scelte lavorative pur di difendere un rapporto personale.

Il paradosso è che, a volte, quelle stesse scelte lavorative finiscono per danneggiare proprio il rapporto che stavamo cercando di proteggere.

Un cane che si morde la coda, insomma.

Per questo credo che il problema non sia lavorare con gli amici.

È non avere la lucidità necessaria per dire: questa è una persona a cui voglio bene, ma questa è comunque una decisione professionale.

A un certo punto ho iniziato a ragionare diversamente

Una delle mie passioni più forti è sempre stata il mondo del lavoro, con tutto quello che comporta. Mi piace il marketing, mi piacciono le strategie aziendali, mi piace quel modo di fare impresa.

E, pur rimanendo in ambito musicale, sono entrato sempre più in questo mondo avviando collaborazioni con diverse realtà che vanno oltre il mio ruolo di musicista e si avvicinano a quello di stratega aziendale o consulente nella comunicazione, per non usare anglicismi.

È stato anche grazie a questo che ho iniziato a guardare il mio lavoro in maniera diversa.

Dal momento in cui mi sono detto: “Ok, il mio lavoro è il musicista.”

ho cominciato a trattare la mia attività come una vera attività professionale, non soltanto come qualcosa che faccio perché sono un musicista.

E questo ha cambiato parecchie cose.

La diversificazione

Una delle prime cose che impari quando inizi a ragionare in termini di attività economica è che dipendere da un’unica fonte di entrate è rischioso.

Se il tuo intero fatturato dipende da un solo cliente e quel cliente sparisce, hai un problema. Non importa quanto fosse solido il rapporto prima.

E per un musicista è esattamente la stessa cosa.

Insegnare in una sola scuola, suonare in una sola band, lavorare soltanto grazie a un ristretto gruppo di contatti…

Insomma, dipendere da un solo committente.

Sono tutte forme diverse dello stesso problema: concentrare troppo rischio in un unico punto.

E questo è qualcosa che ho visto pagare molte volte ai miei colleghi, e anche in modo salato.

Quindi il networking non serve?

No. Al contrario. Serve eccome!

Il networking è uno degli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione come professionisti. Ma credo che dovremmo smettere di considerarlo come una sorta di assicurazione sulla nostra carriera.

Conoscere tante persone non significa avere una carriera stabile, significa solo avere più possibilità di creare opportunità.

E credetemi, la consapevolezza di questa cosa fa una differenza enorme.

Il vero networking

E qui arriviamo al punto. Per me il networking sano non consiste semplicemente nel conoscere più persone possibile o nel cercare di essere simpatici a tutti.

Una relazione personale può certamente aiutare. Essere una bella persona, essere affidabili, disponibili e piacevoli da avere intorno è un vantaggio enorme, e non solo nel lavoro.

Ma non può essere il cuore della vostra identità professionale.

Un musicista è un professionista che vende dei servizi.

Lezioni, concerti, sessioni in studio, arrangiamenti, produzioni, consulenze, e tutto ciò che la propria professionalità permette di offrire.

Per questo credo che il networking migliore sia quello in cui la relazione personale e il valore professionale si sostengono a vicenda.

Non devi soltanto essere una persona che gli altri hanno piacere di frequentare.

Devono anche sapere che cosa sai fare, che cosa offri e perché dovrebbero chiamarti.

Perché una buona relazione può farti arrivare un’opportunità, ma è la tua professionalità che dovrebbe permetterti di mantenerla.

In conclusione

Insomma, non fate come me, fate networking!

Conoscete persone, coltivate relazioni, fatevi conoscere, proponetevi.

Io ho aspettato troppo che il lavoro arrivasse da solo e, col senno di poi, credo di aver perso parecchie opportunità.

Ma non fate nemmeno l’errore opposto. Non costruite una carriera nella quale tutto dipende dalle stesse persone, dalla stessa band, dalla stessa scuola o dagli stessi tre contatti.

Il networking deve creare opportunità, non diventare l’unica cosa che le crea.

Perché alla fine il vero obiettivo non è conoscere più persone possibile, è costruire una professione abbastanza solida da poter sfruttare le relazioni senza dipendere completamente da esse.

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