Prendiamola molto larga: cos’è la creatività?
Me lo sono domandato a lungo, per poi arrivare sempre alla stessa risposta, ovvero che la creatività non è un’azione che si può definire in modo sintetico.
Per qualcuno è esprimere un’idea, per altri è prendere qualcosa di esistente e dargli una nuova forma, per altri ancora è un qualcosa di spirituale che poco ha a che fare con sé stessi se non per il fatto di agire come tramite per qualcos’altro.
Facciamo un po’ di ricerca
Il Vocabolario Treccani definisce la creatività come:
«virtù creativa, capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia».
IL grande dizionario Hoepli (Gabrielli) è più sintetico:
«Capacità, facoltà di creare».
Chiudo con il dizionario del Corriere:
«Capacità inventiva, fantasia, estro».
Insomma, a parte il Vocabolario Treccani che ne da una definizione molto articolata (che vi invito a leggere), gli altri che ho interrogato sono tutti molto sintetici: la creatività è la capacità di creare qualcosa grazie alla fantasia e all’intelletto del creatore.
Quindi la creatività è solo questo?
Secondo me no. O meglio: è una definizione corretta, ma incompleta. Manca un elemento fondamentale di ciò che siamo soliti definire creativo: la capacità di rielaborare ciò che già esiste.
In fondo, cos’è un’idea? Molto spesso non è altro che qualcosa di già esistente osservato da una prospettiva diversa. Oppure la soluzione a un problema noto. O ancora, un prodotto che viene migliorato, trasformato o combinato con altri elementi per dare vita a qualcosa di nuovo.
Molte persone immaginano la creatività come una forza quasi magica, capace di trascendere le esperienze vissute, la formazione ricevuta, i problemi affrontati e persino il contesto storico e culturale in cui si vive.
Eppure è difficile immaginare che sia davvero così
Prendiamo Thomas Edison. Spesso viene ricordato come l’inventore della lampadina, ma in realtà il suo merito fu quello di perfezionare e rendere utilizzabile una tecnologia su cui molti altri avevano lavorato prima di lui.
È forse uno degli esempi migliori di come l’innovazione non nasca nel vuoto, ma dalla capacità di rielaborare, migliorare e combinare conoscenze già esistenti.
Lo stesso vale per qualsiasi altra grande scoperta. È difficile immaginare che Alessandro Volta avrebbe potuto inventare la pila nel Medioevo, o che Edison avrebbe realizzato la lampadina se fosse vissuto nell’età della pietra.
Non perché mancassero il talento o l’ingegno, ma perché sarebbe mancato tutto il patrimonio di conoscenze costruito dall’umanità nei secoli precedenti.
Ogni innovazione è figlia del suo tempo. E ogni opera dell’intelletto porta con sé due firme: quella del suo autore e quella, invisibile, di tutte le persone che hanno contribuito a costruire il sapere su cui quell’idea è stata possibile.
Non è un caso che il progresso sembri accelerare sempre di più. Ogni scoperta amplia il patrimonio di conoscenze a disposizione delle generazioni successive, offrendo loro nuovi strumenti con cui creare.
Le grandi idee, in fondo, non nascono dal nulla: nascono sulle spalle di milioni di idee che le hanno precedute.
Ok, ma la musica in tutto questo?
Già, perché in fondo sono solo un umile musicista, perché sto parlando di questo?
Beh, perché si fa un gran parlare dell’impiego di intelligenza artificiale in ambito musicale, e come sempre ne sono nate delle grandiosi polemiche.
L’AI non è creativa. L’AI non inventa niente. L’AI rielabora solo le informazioni che conosce per creare qualcosa di finto che sembra nuovo.
Tutte queste affermazioni sono vere. Però mi chiedo: qual è esattamente la differenza rispetto a un musicista in carne e ossa?
Cosa è veramente originale?
Insomma, la storia della musica parla abbastanza chiaro: ogni nuovo genere musicale non ha fatto altro che prendere elementi dai generi precedenti e creare qualcosa di nuovo, molte volte proprio in risposta a ciò che ormai era già sentito e non stupiva più.
Non è un caso che ci troviamo in una fase di esaurimento del linguaggio rock, ad esempio. Il rock ha veramente detto tutto, è quasi impossibile fare un brano rock che non suoni come “già sentito”.
Il ruolo dell’AI in tutto questo
L’AI oggi cosa fa? Prende elementi che conosce benissimo: giri di accordi, melodie, sonorità, e li rielabora in modo da creare qualcosa di nuovo che suoni bene alle orecchie dell’ascoltatore.
E non è esattamente quello che fa un musicista?
In susta, mi azzardo a dire che il musicista ha sempre fatto quello che oggi fa l’intelligenza artificiale, solo in modo più lento…
La componente culturale
Ok, so già l’obiezione:
“La musica ha plasmato culturalmente la nostra società, è stata la voce dei movimenti culturali che si sono susseguiti nei vari decenni e ha avuto una funzione identitaria per molti di noi, l’AI non potrebbe mai farlo!”
Concordo. Ma io sono un musicista, non un poeta, e mi occupo inevitabilmente della parte musicale, quasi dal punto di vista matematico.
Riconosco assolutamente il valore dei testi, del loro impatto culturale e capisco perfettamente l’importanza che un certo tipo di musica (soprattutto cantautoriale) ha avuto nella nostra società.
Ma mi permetterete anche di dire che per quanto un testo sia bello, permeante, profondo e rilevante dal punto di vista culturale, se il giro di accordi è C | Am | Dm | G, ovvero il classico giro di Do, difficilmente salterò sulla sedia gridando al capolavoro.
Dove viene meno l’umanità?
E allora torniamo lì. Ho passato nell’ambiente musicale ormai più di metà della mia vita, e ne ho visti di cantautori bravissimi con i testi che arrancavano cercando a orecchio un 2-5-1.
Ma veramente se questi si appoggiano a un’AI che li aiuta sulla parte musicale si sta disumanizzando la musica?
Ammettere i propri limiti
Il problema degli artisti è sempre il solito: ammettere i propri limiti. Nessun artista si arrenderebbe mai all’idea che quello che fa può essere banale, e l’avversità nei confronti dell’AI sta proprio in questo: ci sta sbattendo in faccia il fatto che quello che facciamo non è affatto originale e geniale, ma può essere invece realizzato meglio con due righe di prompt.
Chi ne soffrirà di più?
Gli stessi che soffrono in qualsiasi settore: chi scrive in modo banale, chi fa grafiche banali, chi programma in modo banale.
Durante un intervento pubblico, il co-fondatore e CEO di Palantir Technologies, Alex Karp, ha offerto una visione decisamente provocatoria ma realistica sul futuro professionale nell’era dell’intelligenza artificiale:
“Ci sono fondamentalmente due modi per sapere se hai un futuro: o hai una formazione professionale, oppure sei neurodivergente. E quando dico ‘neurodivergente’ intendo in senso più ampio. […] Se avete davvero una visione approfondita di qualcosa e possedete una vera competenza tecnica, allora tutte le altre cose che prima erano preziose, come saper programmare a livello base o esercitare la professione legale a livello base […] le cose che sapevate fare e che prima erano preziose, ora non lo sono più. Quello che dovete imparare a fare è essere più simili ad artisti, guardare le cose da una prospettiva diversa, essere in grado di costruire qualcosa di unico.”
Figura forse discutibile per alcuni, ma non si può dire che non sia rilevante quando parliamo di AI.
La soluzione è in quella citazione
Alex Karp sta suggerendo ai lavoratori di mezzo modo di smettere di lavorare col pilota automatico, in modo ripetitivo e standardizzato. L’intelligenza artificiale vi batterà sempre in velocità e qualità.
Sta dicendo a tutti di essere più simili agli artisti, di cercare di creare qualcosa di unico.
Ergo, se vedete nell’AI una minaccia, se pensate che stia creando meglio di voi, è perché non state facendo niente di veramente originale e unico.
Cominciate davvero a essere degli artisti.



